Pentedattilo bizantina

(1.12.01)

Non conosco informazioni esaurienti su questo argomento e sono costretto a procedere per indizi, con ben poche notizie certe.

1. Per avere una idea verosimile sulle condizioni di questo luogo durante quei secoli, ritengo che bisogna partire dall'esame dei dati che ci provengono dall'età romana.

Infatti la civiltà bizantina si è pienamente identificata con quella romana, perché Bisanzio era la Nuova Roma e coloro che appartenevano al suo impero si chiamavano Romei, cioè Romani. La cultura tardo antica, in particolare, più che il modello, fu la matrice e il fondamento di quella espressa dall'Impero Romano d'Oriente, in ogni campo: linguistico, militare, economico, normativo, artistico, logistico, amministrativo, eccetera.

Noi sappiamo che, alla fine dell'età repubblicana, Cicerone fu ospitato a Lazzaro nella villa di Publio Valerio. Egli, come racconta nella sua Prima Filippica, da Siracusa aveva preso il mare diretto in Grecia, per sfuggire alla persecuzione di Antonio, ma fu spinto dal vento austro, cioè dallo scirocco, sulla costa calabra: a Leucopetra, che è il nome di Capo dell'Armi, ma per estensione intendiamo anche Lazzaro e Motta San Giovanni. Il giorno dopo tentò invano di riprendere la navigazione, perché soffiava ancora forte lo scirocco; restò, dunque, nella villa del suo amico e qui vennero a trovarlo molti suoi conoscenti di Reggio, alcuni dei quali gli recarono notizie fresche da Roma. Questi reggini non viaggiarono certamente via mare, perché avrebbero dovuto veleggiare contro lo scirocco. Andarono a Lazzaro via terra; ma quale via? Da Motta San Giovanni a Reggio, dice Carmelo Turano, il percorso più usuale fino a meno di un secolo fa era quello dei colli, via Paterriti, Gallina, Armo oppure via Campi di Sant’Antonio, Allai, Valanidi1, e da Lazzaro c’è sì e no un'ora di marcia. Ci sarà stata anche allora questa via, ma mi sembra più probabile che quei reggini, come facciamo noi, abbiano percorso quella litoranea, più facile e veloce. Gli itinerari tardo antichi attestano la presenza di una strada costiera, addirittura da Sibari a Reggio; e, presso il territorio che a noi interessa, essi parlano di Scyle, che si identifica con San Pasquale di Bova dove è stata rinvenuta la sinagoga2 di Decastadium, che si identifica con Bova Marina, e di Leucopetra. Per Decastadium, abbiamo anche la testimonianza di un miliario, rinvenuto precisamente in contrada Amigdàlà con due iscrizioni, ambedue del IV secolo d.C.3 La presenza di una villa così signorile da ospitare Cicerone significa una considerevole consistenza economica; e, d'altra parte, i recenti scavi di Lazzaro hanno messo in luce un grande palazzo attestante una vita plurisecolare (dal II al IV secolo d.C. e oltre) e un'agiatezza che si esprime anche nei pavimenti a mosaico4. Sappiamo, inoltre, che tutto il territorio della Calabria meridionale jonica fu a lungo interessato da un'intensa attività figulina (assai famose le fornaci di Pellaro5 ed assai imponenti quelle di San Lorenzo Marina), da connettersi con una notevole presenza in età altomedievale a Roma di anfore tipo Keay LII provenienti da questo territorio e contenenti probabilmente vino 6. La sinagoga di San Pasquale, attiva per più secoli a partire dal terzo d.C., utilizzava anfore con un suo proprio bollo. Il Turano afferma, nella pagina già citata 7, che una via facilmente percorsa nell'antichità per chi si recava da Locri a Reggio passava, nell'ambito del nostro territorio, per il Monte Peripoli, cioè più a monte di Bagaladi, nell'alta valle del Tuccio. Anche Edward Lear nel 1847, per recarsi da Reggio a Gerace, segue la via di Motta San Giovanni, Campi di Sant'Antonio, Fossato, Bagaladi, Condofuri, Amendolea, Bova, eccetera: passa, dunque, a monte del nostro territorio, che ai tempi del Lear non usufruiva più di una via litoranea, perchè essa si interrompeva a Capo dell'Armi in età romana e tardoantica, dunque, il territorio di Pentidattilo, quando ancora il suo nome non compare nei documenti pervenutici, è interessato da una strada di costa, che in età piu vicina a noi venne in parte dismessa, e da una, o molte, collinari. Sono arterie che scorrono ai margini del territorio, senza passarci in mezzo. Possiamo dedurre, perciò, che esso avesse una vocazione stanziale, non essendo posto al centro dei traffici.

Era interessato da una fiorente attività agricola, attestata sia dal palazzo di Lazzaro che dalla sinagoga di Bova Marina; con una speciale caratterizzazione vinicola, che permise una notevole esportazione e alimentò l'industria figulina in grande espansione.

2. Il nome di Pentidattilo, anzi Pentadattilo, attestato per la prima volta nel noto episodio della vita di Sant'Elia il Giovane (secolo IX d.C.) che narra del miracolo del salterio vergato dal discepolo Daniele, buttato nello stagno per ordine del santo e ritrovato intatto. Il brano, nella versione di Giuseppe Rossi Taibbi, inizia così: "Gli si presentò la necessità di trovarsi dalle parti di Pentadattilo e passava dallo stagno, che da quelle parti, insieme al discepolo Daniele" 8 Se dice "dalle parti di", vuol dire che Pentedattilo aveva un territorio: dunque, era già almeno un Chorìon (Paese); ma siccome si parla dello stagno, da identificare, credo, con quello di Saline Joniche, appartenente dunque al territorio di Pentedattilo, mi sembra opportuno ritenere che essa fosse già un grosso centro, cioè un castèllion (cittadina fortificata). Ma quale "necessità" ppossiamo immaginare che avesse S.Elia il Giovane di recarsi da queste parati? L'ipotesi più probabile mi sembra quella di un'incombenza religiosa. Noi sappiamo che sant'Elia, prima di stabilirsi vicino Seminara, dove fondò il suo celebre monastero delle Saline (quelle della Piana, non Saline Joniche), aveva soggiornato in questi luoghi con il discepolo Daniele, in una grotta. Ci informa di ciò la vita dell'altro grande sant'Elia, lo Speleota di Reggio, piu giovane di sant'Elia il Giovane (che pasticcio di nomi!) di circa una generazione. Nella vita greca di sant'Elia di Reggio, al capitolo 31,9 si afferma che, mentre egli, assieme a sant'Arsenio, abitavano vicino Reggio, anche il famoso sant'Elia il Giovane di Enna ed il suo discepolo Daniele, si trovavano ad abitare "dalle parti di Reggio, al di là del santo martire Donato", in una grotta. La località San Donato si trova presso Capo dell'Armi e la prima grotta da prendere in considerazione dopo il Capo, venendo, ovviamente, da Reggio, quella di Plastarà, a due passi da Pentidattilo, già da molti decenni segnalata dal benemerito prof. Antonio Costantino. E' lecito supporre che sant'Elia il Giovane si sia recato presso qualche monastero a lui noto forse dal tempo del suo soggiorno qui; ora, fra i numerosi monasteri greci della valle del Tuccio, due sembrano essere particolarmente antichi, perchè sono già menzionati agli inizi del secolo XI nel Vrèvion della Chiesa metropolitana reggina (dove ricorre anche il toponimo San Donato, ma non Pentidattilo): sant'Angelo e san Giorgio10. Aggiungerei anche il monastero di san Fantino e Balsamio, vicino Chorio, perchè è l'unico che ricorda, assieme al più antico santo calabrese, san Fantino di Taureana, anche il suo padrone pagano, da lui convertito, Balsamio. Tutto questo mi induce a credere che il territorio di Pentidattilo, già al tempo della vita di sant'Elia il Giovane, fosse notevolmente vasto e si estendesse dalle località marine (lo stagno di Saline Joniche) al Tuccio (fiumara di Melito), ai colli pedemontani dell'attuale territono di Bagaladi. D'altra parte, anche Chorio, che oggi intendiamo "di San Lorenzo", sappiamo che in verità fu la frazione di Pentidattilo fino al secolo XIX. Ancora due informazioni possiamo trarre dai brani delle vite dei due santi Elia: che, oltre all'economia agricola e all'industria figulina (sottolineata anche dal toponimo Plastarà, caratterizzava il territorio una notevole presenza monastica; e che essa guardava verso Reggio. Infatti, il soggiorno in grotta di sant'Elia il Giovane al di là di San Donato, e dunque nel nostro territorio, viene indicato come una permanenza "nelle parti di Reggio". Queste indicazioni vengono confermate da un documento greco, che contiene anche un'ulteriore connotazione del territorio. E' il brano di una donazione di terre a san Pancrazio di Scilla da parte di Ruggero il Gran Conte; il documento è chiaramente falso, perchè datato nell'anno 1104, quando già il Gran Conte era morto. E tuttavia, anche se scritto qualche tempo dopo, il brano è ugualmente interessante per la nostra ricerca. Fra le altre donazioni, il presunto signore normanno concede "i campi di Pentedattilo e di Arcena che sono a Catona e la chiesa del santo martire Teodoro Pentapolita che si trova presso (greco: epì ton) Pentedattilo ed anche il campo della Saetta e della Colonna (greco: tu kioniu)". Sono dunque nominati territori ben noti della marina di Pentidattilo: il Capo delle Saette, alla foce del Molaro II, ed Arcina, oggi un sobborgo di Melito. Ma la presenza di una Catona ben diversa da quella a tutti nota vicino Villa San Giovanni (quella che fu secolare punto di imbarco per la Sicilia e da dove san Francesco di Paola fece la miracolosa traversata dello Stretto) e la chiesa di san Teodoro, ci indicano una presenza di milizie. Infatti la catuna era l'acquartieramento dell'esercito e sia san Teodoro la Recluta, sia il Generale (non so quale dei due fosse il Pentapolita), sono, ovviamente, santi militari. Certo, se il falso è stato scritto in età angioina, non stupisce questa aggiunta della spada all'aratro e al tornio, fra gli utensili di Pentidattilo. Mi sembra anche di poter rilevare che, al tempo in cui fu scritto il documento, Bagaladi, al cui territorio oggi appartiene il luogo dove sorgeva la chiesa di san Teodoro,11non esistesse ancora, oppure fosse un agglomerato di scarso rilievo amministrativo. Ciò conferma, dunque, l'espansione in età medievale del territorio di Pentidattilo verso gli alti colli, dove, come abbiamo visto, passava la strada di maggiore frequentazione fra Bova e Reggio: tendenza che suggerisce un qualche sviluppo dell'attività commerciale assieme a quella militare. Era forse divenuta Pentidattilo una sede di acquartieramento di truppe, a difesa delle strade aspromontane e della stessa città di Reggio, come il vicino centro di Fossato, che nella lingua greca bizantina significa "esercito"? Un accenno a questa funzione difensiva è contenuto nell'omonimo cipriota di Pentidattilo. Avendo incerte notizie su questo argomento, chiesi lume al mio carissimo amico Demetrio Kokkinos, direttore della casa editrice "Akritas" di Atene. Egli con un fax mi inviò la seguente risposta:


"Il monte Pentadattilo di Cipro si trova nella sua costa settentrionale. Misura 50 chilometri di lunghezza e un chilometro e mezzo di profondità e si distende seguendo la linea della costa settentrionale. A sud confina con la pianura di Mesoria, a nord con il mare. Si dice che quando passava da lì Dieni Akritas (archetipo del greco cristiano d'Oriente) inseguendo il Saraceno (archetipo del secolare nemico mussulmano) con il quale Dieni Akritas combatte sempre (come ci racconta la sua leggenda epica), proprio allora stava nascendo dal mare questo monte e, siccome il suo terreno era ancora morbido, Dieni vi pose la mano e sul monte rimasero impressi i segni delle cinque dita. Il monte Taigeto, sopra Sparta, si chiama anche Pentadattilo. Da una rapida inchiesta, mi pare di dedurre che non si conosce un Pentadattilo a Creta."


I rapporti speciali fra Cipro e la nostra terra sono testimoniati dalla somiglianza, nel lessico e specialmente nella pronunzia, fra la lingua greca che si parla in quell'isola ed il nostro grecanico. Lo stesso si può dire per la pronunzia cretese. E inoltre, i rapporti fra la Calabria, il Peloponneso, le isole greche e l'Asia Minore in età bizantina sono testimoniati da tanti altri fatti culturali, in special modo dall'architettura religiosa 12 e dalla tradizione dello strumento musicale chiamato lira. Sappiamo, poi, che dal Peloponneso, precisamente da Patrasso, giunsero qui, nel territorio (greco: chora) di Reggio, molti profughi, in fuga da un'invasione slava, e la loro colonia vi rimase per circa due secoli, fra il 600 e l'800 d.C. 13 Qualche decennio dopo la partenza dei patrassesi per il rientro in patria, sant'Elia il Giovane frequentò questo luogo e vi trovò una Pentadattilo divenuta già un importante centro amministrativo. E' troppo azzardato immaginare che il toponimo sia pervenuto viaggiando assieme ai patrassesi?

3. Una chiara importanza difensiva assume Pentidattilo in età angioina, quando, io credo, la linea di tendenza della sua influenza si rivolse più verso la marina che verso i monti. Infatti il castrum di Pentidattilo, con il suo castello abitato da alcuni ufficiali e un gruppo di inservienti, funse da baluardo di difesa dal mare, anello di una catena difensiva della Calabria meridionale che partiva da Bagnara sul Tirreno. A Pentidattilo era affidata specialmente la difesa di Valletuccio, segno della sua responsabilità amministrativa su tutto l'attuale territorio di Melito.14 Ma la sua funzione militare, nella contingenza della Guerra del Vespro che segnò l'inizio della devastazione della Calabria e della sua irreversibile decadenza, fu subordinata, a mio parere, al carattere primario di centro amministrativo dell'economia agricola in rapporto speciale con grossi interessi delle proprietà monastiche. Forse questo è il motivo per cui Pentidattilo non comparve nel catalogo dei beni della Chiesa metropolitana, essendo strettamente inglobata nei beni fondiari monastici. Già nell'anno 1090 il Gran Conte confermava ai monasteri di santa Maria di Terreti e san Nicola di Calamizzi i loro possedimenti nel territorio del Tuccio.15 S. Maria di Terreti detenne a lungo alcuni diritti presso le saline del territorio di Santo Niceto (e dunque a Saline Joniche), come risulta da un documento del 1268,16 e nell'anno 1323 concesse a censo a Guglielmo Matzacuva di Pentidattilo una terra improduttiva presso queste saline.17 Ancora in un documento del secolo XVI, redatto in lingua calabrese con alfabeto greco, si attesta la presenza di ampi possedimenti del monastero di san Nicola di Calamizzi in tutta la fascia del territorio meridionale reggino fino a San Lorenzo sul Tuccio, compresa Pentidattilo.18 Ma su tutto il territorio dominò specialmente la presenza dell'archimandritato del Santissimo Salvatore di Messina, fondato da Ruggero II nell'anno 1130. Come ci ha informato il documento dell'anno 1090, i signori normanni avevano rapidamente preso possesso del territorio, giudicato evidentemente appetibile per la sua capacità produttiva, e ne concedevano stralci ai loro amici e in specie ai monasteri. Un anno dopo la fondazione del Santissimo Salvatore, nel 1131, due documenti ci informano di donazioni di terre a privati in due località del Tuccio: Prunella e Amaries, vicino San Lorenzo.19Ma tredici anni dopo, nel 1144, Ruggero II dona tutta la terra del Tuccio a Luca, archimandrita del Santissimo Salvatore,20 che già possedeva dal tempo della sua fondazione il monastero di san Pancrazio di Scilla ed altri territori a nord di Reggio. Per questo motivo, sia san Pancrazio e i monasteri a lui soggetti, sia sant'Angelo e gli altri monasteri di Valle Tuccio, furono tenuti alla manutenzione delle chiese di Pentidattilo, mentre la cura della chiesa di san Teodoro venne affidata al monastero latino dei Dodici Apostoli di Bagnara, come risulta da una disposizione dei sovrani angioini del 1276.21 Non fa meraviglia, dunque, il numero imponente delle chiese di Pentidattilo che vennero registrate negli atti delle visite di mons. Annibale D'Afflitto, arcivescovo di Reggio, già a cominciare dalla prima, effettuata nell'anno 1595.22 Fra le tante, ritengo che, per il loro titolo, almeno la chiesa protopapale di san Pietro e quella dittereale di san Costantino (oltre, ovviamente, a san Teodoro di cui ho già parlato), possano presumibilmente risalire all'età bizantina. Al titolo del santo imperatore fa riscontro il toponimo in onore della madre, di solito venerata assieme a Costantino, per la rupe di Santa Lena che sovrasta a Pentidattilo.

4. L'arcivescovo reggino trova nel 1595 una Chiesa greca. Continuamente nel suo registro si annota, per sacerdoti e chierici: "E' greco; sa leggere e scrivere in greco; sa leggere soltanto in greco", e simili frasi. Dopo la sua morte, anche Pentidattilo, come tutta la cosiddetta "diocesi grecanica" di Reggio, è completamente latinizzata. A quale causa è dovuta una così rapida scomparsa di una Chiesa? Il problema è simile a quello della lingua. Ovviamente, ai tempi di mons. D'Afflitto, la lingua corrente era il greco, ma subito dopo, secondo Carlo Longo, cominciò il declino. Il cambiamento, egli dice, "è naturalmente più percettibile negli antroponimi, soggetti a seguire piu facilmente le mode del tempo.23 Una decadenza lenta, se ancora nel censimento del 1861 Pentidattilo risulta completamente ellenofona. Si trattava probabilmente, osserva Benito Spano, di una generalizzazione,24 anche se Edward Lear nel 1847, a proposito degli abitanti di Pentidattilo, affermava che era "molto difficile fare capire a queste persone l'italiano normale".25 E invece, nel secolo XX, Pentidattilo è completamente italofona: dopo un lento declino, dunque, una rapida fine. Perchè? Queste due domande sono simili a quella che mi rivolse un giomo Demetrio Kokkinos: perchè Cipro è rimasta di cultura greca e la Calabria no? Potrei aggiungere un'altra domanda: perchè gli Albanesi di Calabria hanno saputo difendere la loro Chiesa bizantina contro i durissimi attacchi delle autorità religiose latine, mentre i Greci di Calabria l'hanno completamente persa nel giro di pochi decenni? La risposta più immediata potrebbe indicare come cause, da una parte, il comportamento certamente autoritario e risoluto dell'arcivescovo D'Afflitto e dei suoi confratelli, che ingaggiarono nel secolo XVII una lotta senza quartiere, anche se senza spargimento di sangue, contro la Chiesa greca; e, dall'altra, l'atteggiamento di arrogante superiorità dei dominatori italiani, per la caduta totale della lingua nel secolo XX. Ma non basta: un popolo, se è consapevole di se stesso, sa opporre un'invincibile resistenza contro ogni costrizione, e ne sono una dimostrazione gli Albanesi di Calabria. Diciamo, dunque, che qui a Pentidattilo e, in genere, nella Calabria meridionale, il popolo non era, come non è ora, consapevole di se stesso? Dobbiamo certamente ammettere questa condizione alienante; ma perchè? La risposta a questa definitiva domanda è già accennata nell'osservazione di Carlo Longo: "seguire piu facilmente le mode del tempo". L'accenno è confermato, drammaticamente, dalla lapide del prete Toscano di Bova. Nella totale rovina degli edifici sacri di Pentidattilo, questa lapide si è conservata, come terribile monito per noi. So che qualcuno si prepara a renderle onore, a me sembra una versione locale della colonna infame di manzoniana memoria. Questo prete, dunque, nell'anno 1655, si vanta di essere il primo arciprete latino della chiesa protopapale, ormai, dunque, arcipretale, di Pentidattilo. La risposta a tutte le precedenti domande risiede in questo vanto, perchè esso è il simbolo del secolare tradimento delle classi colte e benestanti: preti, possidenti, avvocati, maestri, farmacisti, uomini di penna, eccetera. Esse hanno creato una frattura ideologica con il popolo e, invece di alimentarlo e di sostenerlo spiritualmente, lo hanno ridicolizzato, disprezzato, ignorato, ritenendo piu vantaggioso seguire sempre e soltanto le mode dei potenti di turno, quale che sia stato il loro nome: i feudatari, gli "gnuri", i capi religiosi, i capi politici, i mafiosi, il lucro. Questa tragedia continua a svolgersi ancora ed ha ridotto la Calabria, specialmente quella meridionale, ad una popolazione senza identità e senza cultura, devastata anche nella sua storia, nei suoi beni culturali, nel suo stesso linguaggio.

5. Chiudo con il desiderio di alcune informazioni. Vorrei sapere qualcosa di sant'Orsola, monaca greca di Pentidattilo. Le uniche notizie che conosco sono quelle fornte da padre Francesco Russo, che confessa di sapere poco o niente. Anche per Pietro Vitali di Pentidattilo, archimandrita e umanista del secolo XV, la sola fonte di conoscenze, del tutto incerte, è per me padre Russo.26 Desidererei anche che qualche studioso trascrivesse i due documenti sulla sollevazione di Pentidattilo dell'anno 1648, conservati nell'Archivio di Stato di Napoli. Essi sono stati scritti dal marchese Alberti, come segnala Carmela Maria Spadaro:27 forse contengono qualche elemento per comprendere meglio i precedenti dell'orribile tragedia che alcuni decenni dopo, nel 1686, distrusse tutto il casato degli Alberti. Ma della strage degli Alberti è sommo storico Antonio Costantino ed io sono onorato di essere correlatore assieme a lui questa sera, sempre desideroso di ascoltarlo. Grazie.

Domenico Minuto

1 C. Turano, Calabria Antica, Reggio Calabria 1977, p. 57.

2 L. Costamagna, La Sinagoga di Bova Marina nel quadro degli insediamenti tardoantichi della costa ionica meridionale della Calabria, "Mèlanges de l'Ecole Française de Rome. Moyen Age" 103.2 (1991), pp.611-630.

3Notizie Scavi1913, pp. 318-319.

4E. Andronico, Scoperta di pavimenti musivi in contesto di villa romana di età imperiale in località Lazzaro di Motta S. Giovanni, in Atti del IV Colloquio dell'Associazione Italiana per la Storia e la Conservazione del Mosaico (Palermo 9-13 dicembre 1996), Ravenna 1997, pp. 401-412.

5E. Lattanzi, M.L. Lazzarini, F. Mosino, La tegola di Pellaro (Reggio Calabria), "La Parola del Passato" fascicolo 247 (1989), pp. 286-310.

6A. Carignani, E. Pacetti, Importazioni di anfore bizantine a Roma, in Recherches sur la cèramique byzantine ("Bulletin de Correspondance Hellnique", Suppl. 18, 1989), pp.S-16.

7E. Lear, Diario di un viaggio a piedi. Calabria 1847, Reggio Calabria 1976, pp. 30-45 e 142.

8G. Rossi Taibbi, Vita di S. Elia il Giovane, Palermo 1962, p. 53 (cap. 35).

9Acta Sancrorum Septembris III, p. 860.

10A. Guillou, Le Brèbion de la Mètropole byzantine de Règion (vers 1050), Città del Vaticano 1974, righi 380-386 (p. 189) per s. Angelo; 327-334 (p. 185) per s. Giorgio; 75 (p. 167) e 306 (p. 183) per S. Donato, che ritengo sia un toponimo, non un luogo sacro.

11D. Minuto, Catalogo dei monasteri e dei luoghi di culto tra Reggio e Locri, Roma 1977, pp. 172-174.

12D. Minuto, S.M. Venoso, Chiesette medievali calabresi a navata unica, Cosenza 1985, pp. 141-143.

13 I. Dujcev, Cronaca di Monemvasia p. 12.

14La menzione di Pentidattilo, del suo castello e della sua funzione difensiva ricorre più volte nei Registri della Cancelleria Angioina pubblicati dall'Accademia Pontaniana di Napoli a partire dal 1950.

15J.L.A. Huillard-Bréholles, Historia diplomatica Friderici Secundi, II.1, Parigi 1855, pp. 440-441.

16A.M. De Lorenzo, Le quattro Motte estinte presso Reggio di Calabria, Siena 1892, p. 17.

17M. Mandalari, Un documento greco reggino del secolo XIV (dal Cod. Vat. gr. 1596), Rivista Storica Calabrese anno 1894, pp. 32-34.

18E. Merendino, La platea di san Pantaleo (ADM perg. n. 1311) e gli introiti di san Nicola di Calamizzi (ADM perg. n. 1312), "Archivio Storico Messinese" 75 (1998), pp. 80 sgg.

19V. von Falkenhausen, "Maximilla regina, soror Rogerius rex ", in Italia et Germania. Liber Amicorum Arnold Esch, Tubinga 2001, pp. 361-377.

20Per questo documento e le notizie sui monasteri di Valletuccio rinvio al mio studio Chiese e monasteri, citato, sezione La Valle del Tuccio, pp. 128-175.

21Registri della Cancelleria Angioina, XIII, pp. 36-37; D. Minuto, I monasteri greci tra Reggio e Scilla, Reggio Calabria 1998, pp. 111-113.

22A. Denisi, L'opera pastorale di Annibale D 'Afflitto, arcivescovo di Reggio Calabria (1594-1638), Roma1983,pp.283-288.

23C. Longo, Toponomastica del territorio di Pentedattilo (secc. XVI-XVII), in Calabria bizantina. Istituzioni civili e topografia storica, Reggio Calabria 1986, p. 284.

24B. Spano, La grecità bizantina e i suoi riflessi nell'Italia meridionale e insulare, Pisa 1965, p. 145.

25Lear, Diario, cit., p. 146.

26F. RUSSO, Storia della archidiocesi di Reggio Calabria, I, Napoli 1961, pp. 314-315 per s. Orsola; 405- 406 per Pietro Vitali.

27C.M. Spadaro, Fonti per la storia della Calabria nell 'Archivio di Stato di Napoli, Calabria Sconosciuta 48 (luglio-dicembre 1990), p. 79, nn. 113 e 116.

   
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