Pentedattilo di Lucia Lo Giudice

Pentedattilo

"L'apparenza di Pentedattilo è perfettamente magica, e ti paga qualunque sacrificio fatto per raggiungerlo. Selvagge sommita' di pietre spuntano nell'aria, aride e chiaramente definite in forma di una mano gigantesca contro il cielo, e nelle spaccature a crepacci di questa spaventosamente selvaggia piramide, le case sono incuneate dentro, mentre tenebre e terrore covano sopra l'abisso attorno ad esse, la più strana abitazione umana". Così Edward Lear, nel suo "Diario di un viaggio a piedi" (25 luglio - 5 settembre 1847) descriveva Pentedattilo, antico borgo aggrappato alla roccia rossastra, dalla forma originale di cinque dita, il cui nome sembra derivare dall'espressione greca pénte-dáctili, anche se l'origine certa si fa risalire all'epoca del dominio bizantino. L'analisi del nome Pentedattilo ha dato origine a diverse interpretazioni la più corretta sembra quella fatta da Giuseppe Pensabene che, analizzando l'odierno toponimo dice -: Che siano dita con un po' di fantasia possiamo immaginarcelo ma che siano proprio cinque non sembra. Il nome sembra non abbia niente a che vedere con cinque dita. Vari indizi ci fanno pensare all'Aquila, insegna e localizzazione delle legioni romane, anche i cognomi locali sono in gran parte latini e non greci come se Pentedattilo avesse avuto origine dai Greci."

A guardarlo ancora oggi, Pentedattilo continua a riservarci sorprese. La sua condizione di borgo abbandonato, non sfruttato da prospettive di valorizzazioni edilizie, ci consente ancora di gustare qual' era la struttura di un paese calabrese qualche centinaio di anni fa: le strade strette e ripide, attraversate spesso da archi che collegano due edifici, le fontanelle agli incroci, le case basse a uno o due piani, con la stalla e il forno a pianterreno, abitazioni modeste di chi vive con i magri proventi del suolo, le chiese, oggi cadenti e depredate, che odorano ancora di violaciocca e di ginestra. Castello povero e quasi disabitato già alla fine del secolo XVI, abbandonato a poco a poco dai contadini che preferiscono trasferirsi verso le più fertili pianure costiere di Melito, reso impraticabile dalle alluvioni dei decenni scorsi, oggi Pentedattilo conserva il fascino delle cose antiche. Trovandosi molto lontano dagli itinerari turistici, non è stato oggetto sinora di nessuna valorizzazione, ma non e stato neanche deturpato da ricostruzioni arbitrarie. Eppure quel minuscolo villaggio, fatto di case semidiroccate e di povere strade, ha dato il suo contributo alla storia della Calabria, qualche volta anche notevole: preziosa fortificazione di frontiera a salvaguardia delle coste calabresi, nei secoli X e XI fu una roccaforte bizantina contro le incursioni degli arabi di Sicilia e ricoprì lo stesso ruolo durante i novant'anni della guerra del Vespro.

Patria di Pietro Vitali, umanista del secolo XV, che in occidente fu uno dei propagatori della cultura greca, arricchita nel corso dei secoli di opere d'arte di notevole valore, di cui oggi si conserva qualche raro, ma significativo cimelio, fu un centro dove fino a qualche secolo fa si continuo' a praticare il rito bizantino e a parlare la lingua greca e ancora oggi le sue contrade si chiamano Placa e Cremameno, Scifia e Acona, Caridia e Scirudiaci. Tentiamo nella misura in cui i documenti che possediamo ci consentono di farci qualche idea, provare ad immaginare come si viveva in quelle povere case o tra quelle strette viuzze tre secoli fa.

L'economia di Pentedattilo era allora molto povera, basata sull'agricoltura e sul piccolo allevamento e sull'immediata utilizzazione dei prodotti di ambedue. Il territorio scosceso e poco fertile non consentiva uno sfruttamento razionale del suolo: l'unica ricchezza erano forse i gelsi, che servivano per l'allevamento del baco e, quindi, per la produzione della seta, e venivano computati e censiti con molta meticolosità, per cui troviamo anche diritti su un albero di gelso soltanto o addirittura su un suo ramo. Si coltivavano anche la vite, l'ulivo,i mandorli, i noci, gli alberi da frutta, ma in misura ristretta, nei limiti in cui lo permettessero i dirupi scoscesi, che sovrastano la fiumara. I giardini, invece, erano impiantati attorno ai corsi d'acqua e nei territori più pianeggianti della costa, mentre le pecore e le capre venivano portate a pascolare nelle zone più impervie e montagnose. Quanto veniva prodotto da un'economia del genere non poteva servire che a soddisfare le esigenne immediate della popolazione, che nel secolo XVII ammontava a circa 700 abitanti. Legumi, ortaggi, frutta e animali venivano barattati e consumati in paese e, se c'era commercio, questo riguardava solo la seta grezza e gli attrezzi agricoli indispensabili. I documenti dai quali ricaviamo queste notizie, infatti, ci parlano spesso di compravendita di piccoli appezzamenti di terreno, di censi, di diritti vari, ma mai ci presentano transazioni commerciali o imprese economiche in grande stile.

Uno di questi documenti ci consente anche di farci un'idea dell'alimentazione che allora veniva seguita e di tanti altri aspetti della vita quotidiana, per noi forse marginali, ma certamente tessere non inutili per ricostruire il mosaico del nostro passato. Il 6 maggio 1653, quando veniva chiuso il convento domenicano di S. Maria della Candelora, che, fondato nel 1554, aveva svolto una preziosa opera per l'istruzione e per l'aggregazione sociale e religiosa degli abitanti e del quale ci rimane la splendida statua mmarmorea della Madonna di Domenico Mazzolo, l'ultimo vicario di esso, fr. Tommaso Rijtano, faceva redigere dal notaio Giuseppe Foti di Motta San Giovanni l'inventario di tutti i beni che lasciava nei locali conventuali, da consegnare, in base alla bolla di soppressione di esso e di tanti altri piccoli conventi italiani emanata da papa Innocenzo X il 15 ottobre dell'anno precedente, al parroco di S. Pietro divenuto da qualche anno arciprete latino. Il buon p. Pijtano non si limitò a far descrivere sommariamente i locali e il loro mobilio, ma ci ha lasciato l'elenco minuzioso di tutto ciò che si trovava in ogni camera, comprese la cucina, la dispensa e la cantina.

Il convento domenicano di Pentedattilo, se era uno dei più poveri tra i numerosi conventi che allora sorgevano in Calabria, in rapporto alla situazione economica e sociale del paese ricopriva una certa importanza, che gli derivava dal possesso di alcuni appezzamenti di terreno e di un gregge. Con la rendita annua di 50 ducati dovevano vivere i cinque frati che ospitava e bisognava curare la manutenzione dei locali e della chiesa, sostenere le spese di culto e finanziare le tante iniziative sociali e di carità che i frati intraprendevano. Se le loro rendite, pertanto, erano nettamente superiori al reddito di una famiglia di media condizione, il tenore di vita dei domenicani, dato che i loro introiti comportavano molti oneri che una famiglia normale non aveva, non era dissimile da quello degli altri paesani e la loro alimentazione doveva necessariamente basarsi sulle stesse materie prime e seguire gli stessi criteri che seguiva il resto della popolazione. Nel ricostruire quest'aspetto della loro vita e di quella dei pentidattilesi loro contemporanei il nostro documento si mostra oltre modo utile.

La dieta che circa trecento anni addietro si seguiva a Pentedattilo era a base di carboidrati e di grassi vegetali, in pratica la dieta mediterranea della quale oggi tanto si parla. Il grano, i legumi, le verdure e l'olio d'oliva erano le componenti fondamentali e servivano come materia prima per la confezione di quasi tutti i cibi. Il pane veniva confezionato quasi quotidiananiente e, fresco o biscottato, accompagnava quasi tutti gli altri piatti. Probabilmente, come si usa ancora oggi in molti centri della Calabria, si adoperava la farina integrale, dato che nel nostro documento ci viene descritto il granaio con i suoi sacchi e con i suoi quattroni per conservarvi il grano, viene inventariata la majilla per impastare il pane e tutti gli arnesi necessari per cuocerlo, ma non si parla di setacci di nessun genere. Altro alimento privilegiato erano i legumi, soprattutto le fave, che, cotti assieme a verdure in caldarelle di rame e conditi con olio, costituivano la minestra calda quotidiana. L'olio d'oliva entrava in tutti i piatti: con esso si condivano il pane caldo, le minestre, le insalate. Veniva conservato in giarre e giarrette di terracotta e misurato in cafizzi, mentre per conservare il vino si adoperavano butti e carratelle e fiaschi di creta. Le olive, prodotte nella zona in una certa quantità, venivano riposte in giarrotte con la salamoia e, quindi, consumate salate. Gli alimenti di origine vegetale che vengono descritti sono solo questi, perché ovviamente verdura, frutta e ortaggi non venivano conservati per lungo tempo e non rientravano nei depositi della dispensa. Tutte queste materie prime venivano fornite dalle proprietà, in verità molto limitate, che il convento aveva: terre aratorie, tre piccole vigne, vinti piedi di olive.

Un gregge di centodieci pecore e capre, dato in affitto produceva il latte e il formaggio, che veniva conservato in pezze, e qualche animale da consumare nei periodi festivi. La carne, ovina o caprina, era un lusso. Veniva arrostita su una craticola di ferro, tenendone assienie i pezzi per mezzo di spiti, o veniva cotta in tigani o in pignatti e in quest'ultimo caso veniva estratta con un gancio di ferro piccolo per cavar la carne dalla pignatta. Qualche volta, forse assieme a verdure, veniva fritta in una padella di ferro e condita con sajme, che, dopo l'annuale uccisione del maiale, veniva conservata in piccole giarette e utilizzata poi durante il corso dell'anno, assieme agli altri prodotti di origine suina, che venivano insaccati e appesi alle travi del tetto con un uncino di ferro. Quasi assenti dalla tavola dei pentidattilesi i prodotti ittici, sia perché essi non furono mai gente di mare, sia perché il pesce non si sarebbe potuto consumare fresco, allora che mancava qualsiasi sistema di refrigerazione e che per raggiungere gli approdi più vicini erano necessarie diverse ore di cammino. Si mangiavano le sarde salate riposte in cogne, facilmente trasportabili e di lunga conservazione.

I pasti venivano consumati su una tavola di mangiare, coperta da una tovaglia. Ci si sedeva attorno ad essa con seggie e banchetti. Gli utensili erano ridotti al minimo: cocchiari di ferro e cocchiari di legno, un coltello, e serviva per tutti e per tutti gli usi, piatti, piccoli e grandi, bicchieri di vitro, un bocale, una salera e una canrratella per versare il vino. Come si sarà notato, un genere di vita estremameute parco, un regime alimentare ben distante dalle nostre finatezze, ma forse più salutare e completo dal punto di vista dietetico. La mancanza obbiettiva di documentazione non ci consente di generalizzare: a Pentedattilo c'erano anche poveri, che non possedevano il necessario per sopravvivere e dovevano richiedere al convento il piatto giornaliero di minestra. Ma c'erano anche i baroni, che nel loro castello o nel loro palazzo potevano permettersi lussi vietati al resto della popolazione. Ricercare questi spiragli di quotidianità nel nostro passato, ritenuti spesso marginali, può essere non solo affascinante, ma anche utile, perché espressione di una cultura che ha condizionato il nostro passato e condiziona tanti risvolti del nostro presente.

Per quanto riguarda gli aspetti strutturali ed architettonici la fondazione di Pentedattilo risale all'epoca altomedievale ed è riferibile al vasto fenomeno di riorganizzazione del territorio e delle strutture difensive e insediative che, a partire dal VII secolo e in modo sistematico tra il IX e il XII secolo, consolida la tendenza spontanea all'abbandono delle fasce costiere, divenute insaubri e insicure a causa degli impaludamenti, provocati da selvaggi disboscamenti, e per la pirateria e le scorrerie saracene.

Accanto a questa migrazione interna, di risalita, lungo le valli, alla ricerca di siti salubri e difendibili per conformazione orografica, inizia quel processo di ellenizzazione medievale dovuto alla cosiddetta colonizzazione monastica orientale che avrà un ruolo determinante nella riorganizzazione del territorio attraverso il lavoro agricolo e artigianale e, più in generale, nella ripresa e incentivazione del processo di sviluppo economico e culturale delle popolazioni meridionali.

Alla organizzazione delle unità monastiche, che diverranno ben presto poli di aggregazione per le comunità laiche (Zinzi) si affiancherà l'organizzazione politico-amministrativa del territorio, punteggiato da castra (centri maggiori), castellia (luoghi fortificati), caria (nuclei insediativi rurali con torre).

Reggio, Pentedattilo, Armo e Le Saline (Melicucca, Sinopoli, Seminara, Tauriana e S. Cristina) sono stati indicati da A. Guillou quali primi insediamenti monastici calabro-greci del territorio reggino, o meglio quali "centri di riferimento per aree di concentrazione dell'habitat monastico orientale" dato l'iniziale carattere eremitico della penetrazione monastica che avrà, nel periodo del suo massimo sviluppo (IX-XII sec), strutturazione organizzativa tale da incidere attraverso le unità agricolo-produttive (monasteri, grangie...) nella facies delle regioni meridionali.

Appartiene alla leggenda la tesi della fondazione di Pentedattilo ad opera di Aschenez o degli Ausoni proposta dal Fiore (Calabria illustrata, 1, 161) e dal D'Amato (Pantopologia, 307) probabile invece, la presenza di un nucleo abitato di età romana (stazione o taberna) o anche greca, posto nel sito dell'attuale Melito, dal quale ebbe origine la migrazione verso l'interno dopo la caduta dell'Impero Romano.

Le vicende storiche successive sono comuni alla storia calabrese; la dominazione bizantina consolida l'organizzazione ecclesiastica con la fondazione di numerosi edifici di culto e Pentedattilo è citata tra le sedi protopapali dell'area reggina insieme a Motta S. G., Montebello, S. Lorenzo ed alla distrutta S. Agata (Russo).

Nel periodo della dominazione angioina Pentedattilo, pur essendo fondo ecclesiastico ha un suo presidio ("castrum Pentedactili custoditur per castellanum scutiferum et servientes IV.." a Russo), mentre nel periodo tra la dominazione angioina e quella aragonese è documentata la sua appartenenza al monastero archimandritale del S.S. Salvatore di Messina. Conquistato dai normanni, appartenne al Monastero di S.Pancrazio di Scilla e poi alla Mensa archimandritale del S.S.Salvatore di Messina. Durante la guerra del Vespro fu occupato dagli almugaveri e nel 1323 concesso temporaneamente a Papa Giovanni XXII, per l'amministrazione diretta di Roberto d'Angio'. Dal punto di vista politico, il feudo della Mensa archimandritale del S.S.Salvatore passo' ai Letizia, e nel 1476 a Giovanni Michele Francoperta. Nel 1489 Giovanni Francoperta, barone di Pentidattilo, che si era ricoperto di debiti si vide confiscare il feudo, che, venduto all'asta, fu aggiudicato a Simonello degli Alberti di Messina.

Ancora nel secolo XVI Pentedattilo appartiene alla cosidetta Diocesi grecanica, ma i secoli precedenti, profondamente segnati dalle lotte dinastiche e feudali, sono stati secoli di regresso, di miseria e abbandono. Una importante opera di riordinamento ecclesiastico, che si rifletterà anche in ambito sociale, viene promossa, dopo la Riforma cattolica dai vescovi reggini Gonzaga (1537), Dal Fosso (1564-1592) e D'Afflitto (1594-1638). A Gaspare Del Fosso si deve la fondazione del monastero della Candelora in Pentidattilo, affidato ai Domenicani; il monastero fu annesso alla preesistente chiesa dedicanta alla Vergine di probabile fondazione bizantina. E' datata 1564 la pregevole statua della titolare attribuita a G. D. Mazzolo, seguace del Montorsoli, operante in Sicilia nel clima del secondo Manierismo (Di Dario Guida); l'opera commissionata dal barone G. D. Francoperta, si inserisce in quel fenomeno complesso di importazione di opere d'arte, destinate per lo più ad abbellire gli edifici di culto, provenienti da Messina e Palermo verso la Calabria Meridionale, da Napoli verso la Calabria Settentrionale.

Sono documentate dalle "Visite Pastorali" di Annibale D'Afflitto le condizioni religiose e morali della Diocesi reggina: dalla Relazione del 1603 risultano in Pentedattilo 11 chiese con 5 sacerdoti, 1 diacono, 2 suddiaconi, 3 chierici; ed inoltre 100 fuochi e 400 anime. Al tempo del D'Afflitto è riferibile la riorganizzazione delle parrocchie dell' intera diocesi. Cosi', a Pentidattilo si ha: la chiesa intitolata a SS. Pietro e Paolo, protopapale, di antica fondazione, alla quale si aggregarono i titoli e i beni delle soppresse chiese di S. Maria della Scala e di S. Sebastiano, nonchè il convento dei Domenicani soppresso poi nel 1652 per la riforma degli Ordini Religiosi attuata dal Papa Innocenzo X, la chiesa intitolata a S. Costantmo dittereale, di fondazione bizantino-normanna, alla quale si aggregò il titolo e i beni della soppressa chiesa di S. Nicola (1605).

Un'epigrafe posta nella chiesa parrocchiale datata 1655, documenta il passaggio dal rito greco a quello latino e cospicui lavori di restauro e abbellimento della chiesa, tuttavia il rito greco sopravviverà, accanto al rito latino, fino al 1740.

Il secolo XVII è segnato da lotte feudali feroci in Pentedattilo tra gli Alberti e gli Abenavoli di Montebello e da eventi naturali nefasti - pestilenze, terremoti...- che aggravano le già misere condizioni delle popolazioni calabresi.

Primi feudatari laici della baronia di Pentedattilo, sono stati i Francoperta di Reggio a partire dalla fine del secolo XV; nel 1589, ad essi subentrarono gli Alberti di Messina che comprarono la baronia per 15.180 ducati e la tennero fino al 1686.

Sono ascrivibili a quest'ultimo periodo le opere di ampliamento e potenziamento del castello che venne dotato di baluardi e ponte levatoio, del quale rimangono però pochi ruderi.

E proprio al marchese Alberti è attribuito l'incremento di Melito a discapito di Pentedattilo. Già verso la metà del '500 compare per atti del Notar Calvari, un'enfitesi delle terre di Melito a vari coloni di Pentedattilo. Dunque anche prima del Marchese Alberti colà il terreno era in coltura. Anzi come avveniva dappertutto, anche prima di allora i terreni erano in coltura. Dato che Pentedattilo è in altura gli abitanti dovevano scendere al piano per procurarsi le necessarie vettovaglie per la coltura dei campi, e data la distanza del luogo dovettero avere delle case coloniche ove ripararsi dalle piogge e intemperie e tenere gli attrezzi della masseria e in caso dormirci anche di notte, specie nella stagione della raccolta. E da ciò inizia ad essere abbassata l'importanza di Pentedattilo e inizia il sorgere di Melito.

Nel 1760 donna L. Bonelli, marchesa di Brienza con procura del marito, vendette Pentidattilo con il territorio e casali di Melito e di Chorio, al marchese di S. Luca D. Lorenzo Clemente, con patto che restasse estinto il titolo di marchese di Pentidattilo. Finalmente nel 1823 il feudo di Pentidattilo con Chorio e Melito fu venduto a D. Vincenzo Ramirez di Reggio, i cui eredi in gran parte ne posseggono la proprietà.

Il terremoto del 1783 danneggiò notevolmente l'abitato che venne indicato dal Vivenzio tra i centri da ricostruirsi in altro luogo.

Sono note le vicende che seguirono la catastrofe (Mandalari, Principe): gli abitanti di Pentidattilo, decisi a trasferirsi sulla costa, incontrano enormi difficoltà per l'opposizione del feudatario e per l'estrema condizione di povertà in cui versavano.

Un notevole carteggio, conservato nell'Archivio della Cassa Sacra di Catanzaro pubblicato da M. Mandalari, consente di seguire le vicissitudini di un trasferimento progettato ma mai attuato: il progetto di massima del nuovo abitato e le relazioni tecniche a sostegno furono redatti dall'ing. G. B. Mori, dopo numerosi sopralluoghi, mentre si devono a Pietro Man de Rivera le tre perizie, per altrettanti tipi edilizi da erigersi alla Marina.

La Cassa Sacra avrebbe anticipato le somme necessarie alla costruzione e gli abitanti avrebbero contribuito con i materiali recuperabili dalle loro vecchie case (tavole, infissi, tegole...), ed inoltre pagando un canone annuo fino all'estinzione del debito.

Queste condizioni si dimostrarono inaccettabili, per cui già dopo qualche anno dalla data di redazione dei progetti, si chiesero al governo, sovvenzioni per la riparazione della chiesa parrocchiale.

Anche se la maggior parte degli abitanti di Pentedattilo, continuò ad abitare le piccole case sotto la rupe, il lento esodo degli abitanti verso la Marina fu incrementato da altri fenomeni disastrosi quali frane e alluvioni ed infine dagli effetti del terremoto del 1908; ma già nel 1786 si trasferisce a Melito l'arcipretura. Nel 1820 Monsignor Tommasini conservando l'arcipretura a Pentedattilo, trasferisce a Melito la dittereale. Nel 1852 la dittereale ritorna a Pentedattilo e l'arcipretura a Melito. Da ciò è decretata la fine di Pentedattilo. Da 1024 fuochi sono rimasti a Pentedattilo solo 106 e gli altri sono dispersi per il territorio, formando due villaggi: Melito e Chorio.

Tutto ciò ha fatto di Pentedattilo un suggestivo ma inabitabile luogo; solamente un serio ed immediato intervento conservativo potrebbe ancora salvare da una lenta ma inesorabile rovina le strutture superstiti, reinventando modi di rivitalizzazione compatibili e congrui con le sue peculiari connotazioni fisiche, storiche e antropiche.

IL CONVENTO DEI DOMENICANI IN PENTEDATTILO

Le prime fondazioni di conventi domenicani in Calabria avvengono molto tardi rispetto alle regioni vicine. Infatti, se Messina già nei primi decenni del secolo XIII ha un convento di frati predicatori, dopo l'effimero tentativo di apertura di una casa a Cosenza (1240-1268), bisogna attendere i primi anni del secolo XV per trovare nella regione una comunità stabile. Il primo convento calabrese fu quello di Catanzaro, fondato dal conte Niccolò Ruffo il 19 settembre del 1401. Il secolo seguente vide il proliferare di conventi di diversa importanza in centri grandi e piccoli della regione. La diffusione dell'ordine era omogenea in quasi tutto il territorio, esclusa l'estrema zona meridionale, dove, nonostante la presenza di città di notevole importanza economica, politica e religiosa, come Reggio, esso non era riuscito a impiantarsi, e il motivo è individuabile nella forte presenza del monachesimo greco che rappresentava l'anima del popolo. Tale stato di cose cominciò a cambiare nel corso del XV sec., quando, sia per lo stato di sfacelo in cui versavano i monasteri greci abbandonati a se stessi, sia per l'azione di sfaldamento esercitata dalle oligarchie latine del capoluogo.

Allora sorse a Reggio qualche convento latino, ma i paesi della diocesi e le zone limitrofe rimasero legate al loro culto. Il convento di S.Maria della Candelora in Pentedattilo può essere sorto dopo che il monachesimo latino si andava espandendo su tutto il territorio, e nell'ipotesi di non lasciare la diocesi reggina al controllo dei frati della provincia di Sicilia. La relazione del 1650 ci dice che esso "fu fondato et eretto l'anno 1554". Sembra che la data riferita dalla relazione, fondata sulle scritture che i frati possedevano allora nell'archivio del convento, possa essere accettata. Essa però non ci dice da chi partì l'iniziativa di chiamare i domenicani in quel paese, anche se tacitamente afferma che essa non venne dall'arcivescovo di Reggio. Certamente non venne né dal clero né dalla popolazione locale, che era tutta di lingua e di rito greco. Non poteva venire che dai signori di quel feudo, i baroni di Francoperta, che, reggini di origine straniera, potevano avere tutto l'interesse a favorire infiltrazioni latine nel loro territorio, allora in piena crisi demografica ed economica. L'opera dei frati avrebbe potuto essere un incentivo a superare o almeno a limitare, la crisi. Essi, infatti, per quanto pochi di numero avrebbero tenuto almeno un insegnante a disposizione dei giovani del luogo e l'istruzione avrebbe potuto aiutare quella popolazione, inserendola nell'ambito più vasto della cultura della regione, a uscire dal suo isolamento e dal complesso di inferiorità che le diversità linguistiche e religiose creavano.

Ai domenicani venne affidata la chiesa di S. Maria della Candelora, situata "fuori le mura di detta terra, lontana un tiro di pietra, ma in strada pubblica". Essa con ogni probabilità era una chiesa bizantina preesistente, come il suo orientamento, il suo titolo, che non è altro che l'Ypapanti dei greci, ed il fatto che quarant'anni dopo la fondazione del convento fosse in rovina, lasciano supporre. Il primo pensiero dei frati istallativisi fu necessariamente la costruzione di locali per la loro abitazione, che vennero edificati parallelamente alla chiesa e di dimensioni molto modeste.

La relazione gia' citata ce li descrive come composti di dieci vani, incluse le officine, cioé i luoghi di uso comune e i depositi. Cinque stanze, alle quali si accedeva da un corridoio della lunghezza della chiesa, illuminato da un grande finestrone, si trovavano al piano di sopra ed erano riservate all'abitazione dei frati, mentre al pian terreno si trovavano il refettorio, la cucina, la cantina, il granaio e la dispensa. Diversamente dalle abitazioni del paese, il convento possedeva nel giardino attiguo una cisterna per la raccolta delle acque piovane, ma, nonostante la presenza di tale servizio eccezionale, sembra di poter dedurre dalle descrizioni che esso non venne costruito in maniera dissimile dalle abitazioni dei contadini del luogo. Il monastero fu soppresso in seguito alla Bolla "Instaurandae" di Papa Innocenzo Xemanata il 15 ottobre del 1962 in cui si ordinava la chiusura dei piccoli conventi. Soppresso, il monastero rimase per sempre abandonato, la chiese invece, restaurata più volte, resiste ancora oggi.

LA CHIESA DELLA CANDELORA

La chiesa della Candelora probabilmente fu fondata dalla famiglia Francoperta insieme al convento dei PP. Domenicani. I Francoperta che sorressero la signoria dal 1509 al 1589, si distinsero sempre per opere di generosita' a favore della Chiesa Cattolica.

Lo studioso Nicola Ferrante, durante la sua prima visita a Pentedattilo, nel 1956, descrive così la chiesa della Candelora: "Non riuscivo a distinguerla dalle altre case, salvo all'interno, in cui si apriva un lungo vano rettangolare, con sullo sfondo un rozzo altare, su cui spiccava, gentile e maestosa, nelle movenze di una sovrana orientale, la statua di marmo bianco della Madonna con il Bambino in braccio. Quella Madonna in quel paesaggio mi resto' nel cuore e lungo questi anni vi tornai altre volte".

I Francopetta, come promotori della fondazione del convento, si assunsero anche l'onere di contribuire alla sua dotazione, dato che non era pensabile che esso ricevesse sussidi adeguati dalla popolazione locale, e poteva considerare estranea quella presenza latina, e di cuore l'adattamento della chiesa affidata ai frati alle esigenze della liturgia domenicana. Anzi riversarono sulla chiesa della Candelora il loro mecenatismo, lasciandoci un opera, che oggi e' uno dei pochi cimeli superstiti del convento e la cui introduzione in paese rappresento' certamente un fatto eccezionale.

L'arcivescovo D'Afflitto il 31 luglio 1595 nella sua prima visita pastorale in Pentedattilo trovo' la chiesa della Candelora in pessime condizioni e senza alcun sacerdote-rettore. Sulle cause di tale abbandono volle assumere informazioni dall'Arciprete Cardea e dal sacerdote Danieli i quali con giuramento deposero che da circa due anni i Padri Domenicani avevano abbandonato sia la chiesa che il convento. Forse in seguito all'autorevole intervento dell'Arcivescovo i Padri Domenicani tornarono e la chiesa fu riaperta al culto. La prima preoccupazione dei Padri fu evidentemente quella di restaurare la chiesa. Ricostruito il tetto, lasciarono sull'altare maggiore la statua in marmo della Madonna e costruirono altri tre altari laterali, uno situato "in cornu epistolae" in cui si venera una immagine in affresco del Crocifisso con una statua dell'Addolorata, e due situati "in cornu evangelii", dedicati rispettivamente a S. Antonio abate e alla Madonna del Rosario. I lavori probabilmente durarono per molti anni e ancora nel 1632 veniva costruito un portale per una delle porte d'accesso, che ancora si conserva. Al monastero venne aggregata la vicina chiesetta di S. Sebastiano come "grancia" posta alle dipendenze dei frati, che si accollarono l'onere di curarne la manutenzione e il culto. Il monastero fu soppresso in seguito alla bolla "Instaurandae" di Papa Innocenzo X del 1652, in cui si ordinava la chiusura dei piccoli conventi. Soppresso, il monastero rimase per sempre abbandonato; la chiesa invece restaurata piu' volte, resiste ancora oggi. Quando nell'aprile del 1682 l'arcivescovo Martino ne ammirava l'altare su cui era posta la statua di marmo della Madonna, oltre al grande altare vi era quello del Crocifisso e ammirava, rovinato dall'umidità delle pareti, un bellissimo affresco raffigurante Cristo crocifisso. La chiesa completamente restaurata nel 1632, come si legge scolpito sulla porta, fu poi interanente abbellita dall'arciprete Domenico Zema nel 1881 il quale acquisto' anche degli arredi sacri pregevoli.

Quando nel 185O venne a mancare la celebrazione delle messa, i devoti si rivolsero all'arcivescovo del tempo, per avere almeno la messa festiva. Sotto il pavimento della stessa chiesa si seppellivano i defunti; questo era il motivo per richiedere con maggiore insistenza la celebrazione liturgica: "...tanto più' che detta chiesa trovasi stabilita per camposanto e i fedeli vorrebbero avere la soddisfazione che quivi medesimo, a pro dei trapassati, da Sacertoti si immolasse all'Eterno Padre, l'Agnello Immacolato." (1 gennaio 1850).

Intorno al 1920 fu restaurata per iniziativa di Padre Gaetano Catanoso con le offerte degli emigrati americani. Nel 1979, con il connibuto del Ministero dei Beni Culturali e per opera del parroco di Annà, sac. Sebastiano Plutino, l'artistica cappella fu riaperta al culto e restituita alla dignità di antico luogo sacro. L'opera di ristrutturazione fu continuata dall'allora parroco di Pentedattilo Padre Silvestro Pietro Morabito dei Padri Minori Cappuccini dell'Eremo di Reggio Calabria, nominato dal Vescovo S.E. Sorrentino nel settembre del 1985. Affinché non venissero perduti i valori spirituali ed artistici di Pentedattilo, ebbero inizio i lavori della chiesa. Padre Silvestro racconta che: "La Sovrintendenza delle Belle Arti aveva restaurata meta' chiesa della Candelora lasciando dell'altra meta' le mura pericolanti e senza tetto; alla rimostranza dei cittadini, l'ingegnere deputato ai lavori si dice cosi'avesse risposto: "...dovevo fare un buco dove riporre la statua marmorea della Madonna della Candelora, un buco dove custodire questo monumento nazionale, il buco l'ho fatto, il resto non mi interessa". Ma come sottolinea sconcertato Padre Silvestro, l'altra meta' della chiesa non era un bene culturale del 1500 ? Non bisognava salvare anche quetso? E si lasciano le mura pericolanti non interessandosi dell'incolumita' dei fedeli e dei visitatori?

Padre Silvestro comincio' a restaurare la chiesa : "La sacrestia urgeva della porta e della finestra che furono subito infisse in ferro battuto. Si sostituì una cassapanca adattata ad altare. Vari furono gli appelli delle autorità per riportare la Candelora all'antica sua lunghezza c'è di nuovo il pericolo delle mura già cadenti.". Nel 1990 finalmente si poteva dare inizio ai lavori, soddisfacendo il desiderio del parroco e dei fedeli, che vedevano rinascere lo splendore della piccola chiesetta. Dopo aver raccolto 8.000.000 di lire circa tra i pentidattiloti e con l'aggiunta di 6.000.000 da parte di Padre Silvestro, i lavori cominciarono a novembre. Si consolidarono le mura antiche saldandole con grate in ferro, si salvarono le antiche finestre e i cornicioni, niente di tutto ciò che era antico è stato perduto o distrutto, ma tutto restaurato o consolidato. Partecipe dell'entusiasmo e della gioia dei parrocchiani per la rinascita della chiesa della Candelora, l'Arcivescovo Sorrentino salì a Pentedattilo per benedire l'artistica Via Crucis, opera della Domus Dei di Roma. Attualmente la chiesa si presenta come un vano rettangolare coperto con travi di legno. In una delle pareti minori, due finestre in ferro battuto aperte sulla vallata lasciano entrare una luce che crea un'atmosfera suggestiva e a stento illumina l'altare, che in fondo alla penombra, sfoggia la splendida statua della Madonna con il Bambino. Accanto all'altare appoggiata al muro, due antiche panche in legno lavorate e dipinte con maestosa preziosità recano, dipinto sulla spalliera uno stemma: su uno sfondo d'oro vi è un pellicano nero in atto di nutrire col proprio sangue tre suoi piccoli parimenti di nero, accanto sullo sfondo d'argento, una croce azzurra caricata da un lambello di rosso a tre gocce. La prima sezione riguarda i Clemente, la seconda i Filangieri. I Clemente, ancora esistenti a Napoli, in un ramo, erano marchesi di S.Luca dal 1639. Nel 1760, acquistarono la terra di Pentedattilo, con i consoli di Melito e Chorio, da don Letterio Caracciolo, marchese di Brianza e Pentedattilo (quest'ultimo proveniente dall'Alberti), col patto che dovesse rimanere estinto il titolo di marchesale, da nessuno difatti più usato. Don Alessandro Clemente, figlio di Lorenzo II e di una Filangieri (Iabella), ultima dei Filangieri, patrizi di Trani, dove abitavano, aggiunse la parte di stemma con la croce. Il lambello di rosso, dello stemma, significa che si tratta di un ramo secondario staccatosi dal principale. Nel caso, il ramo di Isabella Filangieri ha avuto inizio 1406. Vicino all'altare vi sono due strutture lignee dipinte: un crocefisso e un Cristo dipinto con colori e brillanti, donato nel 1939 da Bruno Giordano.

LA STATUA DELLA MADONNA CON IL BAMBINO

I Greci di Calabria, come tutti gli ortodossi, avevano sempre venerato immagini dalle forme molto spiritualizzate, a due dimensioni: le Icone. A un certo momento della loro storia, quando, per le note vicende, si affievolirono i loro legami con la chiesa d'Oriente e con la loro teologia, indulsero anche al culto di statue di pretta marca latina. Cio' avvenne verso la fine del XV sec., allorché molte immagini marmoree invasero i paesi di rito greco della zona reggina. La Madonna della Presentazione di Montebello, la Madonna della Neve di San Lorenzo e quella dell'Alica di Pietrapennata furono i primi esempi di un nuovo tipo di iconografia, che nel corso del secolo seguente avrebbe soppiantato antichi modelli in tutti i paesi greci, arrivando fino a Pentedattilo. Queste opere provenivano dalla vicina Sicilia e soprattutto da Messina, dove operavano diverse botteghe di scultori, che si ricollegavano alla grande lezione quattrocentesca dei migliori artisti che avevano operato nell'isola, come Francesco Laurana e Antonello Gagini, e confrontandosi con le nuove conquiste della scultura contemporanea, producevano opere non prive di bellezza e di dignità. Tra questi erano i Mazzolo, carraresi di origine ma operanti nelle città dello Stretto sin dall'inizio del 1500. Giovan Battista nei primi cinquant'anni del secolo aveva prodotto moltissime opere, mentre del figlio Domenico sappiamo ben poco, se non che scolpì e firmo' nel 1564 la Madonna con il Bambino della Candelora di Pentedattilo. La statua è alta circa due metri spiega Nicola Ferrante, poggia su una base esagonale scolpita solo nei tre lati anteriori.

In quello centrale è effigiata la Vergine in piedi: con la mano destra sostiene il Bambino e poggia la sinistra sulla gamba del figlio. Il Bambino con la manina prende qualcosa dalla cesta che sta sul capo coronato di un angelo genuflesso a destra accanto ad un altro angelo in piedi, che porta anche lui un carico simile sulla testa sempre coronata. Tre personaggi stanno inginocchiati dall'altro lato in atteggiamento fiducioso: un vecchio e due donne e il mistero grandioso della "Presentazione" di Gesù al tempio e della purificazione della Madonna. Quel vecchio inginocchiato ai piedi della Vergine è Simone. Gli angeli con il loro carico ricordano molte nostre donne che, fino a qualche decennio fa solevano trasportare sul capo ceste e carichi vari, adattandoli mediante una corona di povero e soffice panno che vi mettevano sotto.

Storicamente la scultura sembra richiamare la Madonna della Provvidenza, a cui i feudatari di Pentedattilo eressero un'altare nell'arcipretale di Pentedattilo, dotandolo della rendita di mille ducati, poiché venissero celebrate due o tre messe giornaliere. Tale devozione raggiunse la sua massima manifestazione nel corso del 1600. Sulla parte destra della base vi è scolpito lo stemma dei Francoperta: sullo sfondo azzurro tre fasce d'oro con sopra sei alberi, disposti tre sulla prima fascia, due sulla seconda, uno sulla terza. Sopra e sotto lo stemma è inciso il nome di Giovan Demetrio Francoperta, in parte abbreviato. Invece a sinistra della base vi è lo stemma di Domenico Mazzolo, di cui sono scolpite le iniziali.

MARIA S.S. DI PORTO SALVO

Nel mese di aprile si puo ammirare, nella chiesa della Candelora di Pentedattilo, una tela raffigurante Maria S.S. di Porto Salvo che, come vuole la tradizione popolare viene portata e lasciata nella chiesa come omaggio al marchese Alberti. Ignoto è l'autore del quadro. Non si conoscono le origini nè come sia arrivato al Santuario di Porto Salvo, lungo la costa jonica, dove viene conservato gelosamente per tutto il resto dell'anno. Non si conosce neanche l'epoca precisa dell'inizio del culto verso la detta effigie. Una vaga notizia sulla miracolosa origine del quadro l'abbiamo dalla tradizione popolare, che asserisce essere stata portata dalla Turchia sopra una nave. Che sia antica l'Immagine, che si venera sotto il titolo di Maria di Porto Salvo, si deduce dal culto che sin dal 1682 si prestava ad Essa nel Santuario. Ma prima di tale epoca doveva esistere il quadro di Maria di Porto Salvo, verso cui il marchese Domenico Alberti, aveva una speciale devozione. "Secondo i racconti del popolo - spiega don Ercole Lacava- il venerato quadro sarebbe arrivato sulla spiaggia di Melito dalla Turchia in tempi lontanissimi. In una nenia popolare che si cantava durante la festa, si dice: "di la Turchia si partiu. E sbarco in fidi pia tutta Melito Maria". Alcuni studiosi fanno risalire questo ritrovamento al 1500 nella zona di Melito detta "Maiorana". Non bisogna dimenticare che in quel periodo si verificavano continui assalti dei turchi che depredavano e sequestravano beni e persone." Si narra che durante una spedizione turca in mezzo alle mercanzie di ogni specie e probabilmente anche meravigliose icone che un tempo adornavano le splendide chiese di quella terra, venne caricata e abbandonata " ... una magnifica tela con la figura della Madonna assisa tra un coro di angeli, avendo ai suoi piedi, sotto il suo sguardo benevolo, una nave tra le onde di un mare infido. Gli abitanti da principio non calcolarono bene il dipinto; anzi quasi con disprezzo, rifiutarono l'offerta degli infedeli gettando il dipinto in mare. Il quadro invece di affondare galleggiava e approdava sempre allo stesso posto. Quando gli abitanti della zona compresero che quel continuo ritorno della Sacra Immagine sulla spiaggia era un segno divino, decisero di costruire una chiesa, che poi inspiegabilmente venne edificata più in là forse nel punto dove oggi sorge un'edicoletta. Si tramanda che lì si comincio a costruire il Santuario - continua don Ercole Lacava - perché erroneamente si riteneva fosse quello il punto dove era approdato il quadro, ma siccome i lavori effettuati di giorno andavano in rovina di notte, si pensò di costruire il Santuario nel luogo dove oggi sorge. Il dipinto fu restaurato nel secolo scorso dal pittore reggino Annunziato Vitrioli. Corone d'oro, cesellate dalla Scuola del Beato Angelico di Milano, poggiano sul capo della Vergine e del Bambino, coniate con la fusione degli oggetti aurei offerti come voto dai fedeli. Il 23 aprile 1958 Mons. Giovanni Ferro, arcivescovo di Reggio, incoronò la Sacra Immagine alla presenza di una moltitudine di gente. Altro restauro fu effettuato dal prof. Demetrio Vakalis l'8 luglio del 1975. Il quadro originale viene custodito in luogo riservato per evitare possibili furti e nel Santuario resta esposta al pubblico una copia in pittura eseguita dal Vakalis. Il 25 marzo di ogni anno, per antico voto della famiglia Alberti il quadro viene accompagnato in processione a Pentedattilo, dove sosta un mese accanto all'altare della chiesa della Candelora.

Si ringraziano per la collaborazione don Ercole Lacava, parroco di Reggio Modena, e don Plutino, parroco della parrocchia di S.Giuseppe a Melito Porto Salvo.

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